vita precaria
Vita precaria

Vita precaria

di Francesco Ferrazzi

“Estate, è dove accadono le cose” recitava qualche anno fa la voce fuori campo di un rapper nello spot di una nota marca di gelati. Un’affermazione che, al termine del mio primo anno di insegnamento di Italiano alle superiori, mi permetto di correggere: l’estate non è un dove, un luogo, ma una stagione, un quando. E “cose” è un termine troppo generico che segno nei temi degli studenti come imprecisione lessicale. Potrei anche aggiungere che quel verso, nonostante l’apparente universalità, possiede un punto di vista parziale: è vero, d’estate “accadono cose” come le feste fino all’alba, gli amori in riva al mare, le vacanze con gli amici… ma è l’estate dei ragazzi. Invece per gli adulti questa stagione è solo un afoso paludamento dell’esistenza in cui si accavallano pensieri nell’attesa di settembre. Sicuramente è così per un elevato numero di lavoratori della scuola, i precari , che guardano al ritorno in aula post-covid con un’apprensione ancor più grande di quella dei colleghi di ruolo.

Stando agli ultimi dati provenienti dal Ministero, la scuola conta 835.489 insegnanti e un terzo di questi sono supplenti: circa 280 mila precari, dunque, fra i quali risulto anche io, come saprà chi legge questo blog da maggio. In questi giorni di proteste dovute alle incertezze sul futuro della scuola, i quotidiani ci definiscono un “esercito” di precari, espressione che mi induce nuovamente a riflessioni lessicali. Per descrivere il lavoro di infermieri/e, cassieri/e, insegnanti, professioni lontane dal mondo bellico, si è ricorsi, in questi mesi, ad un lessico militare a testimonianza di tempi marziali, di lotta per la sopravvivenza, e che offre a quei mestieri un valore raramente riconosciuto prima. Sono elogi apprezzabili, ma ricordano un proverbiale “armiamoci e partite” che purtroppo è alla base anche del recente “decreto rilancio” in cui il Ministero dell’Istruzione lascia libera autonomia agli istituti, cedendo, di fatto, le proprie responsabilità e non risolvendo il nodo gordiano del precariato.

Concentriamoci su quest’ultimo termine e torniamo alla nostra lezione di lessico: “precariato” rimanda a campi semantici negativi di angoscia e preoccupazione, di allarme e criticità, che risuonano fin troppo familiari in questi tempi. Analizzando l’etimologia, poi, scopriremo che “precario” deriva dal latino prex , precis , “preghiera”, significando letteralmente “ottenuto con preghiere”, “concesso per grazia”. A me pare che in questo periodo troppe preghiere siano rimaste inascoltate e la grazia se ne sia andata a farsi benedire: i concorsi, finalmente banditi dopo anni, sono avvolti da un insopportabile alone di incertezza riguardo modalità e tempi, e probabilmente avverranno con notevoli difficoltà durante l’anno scolastico. Vedremo così un numero record di posti vacanti su cattedra, più di 180 mila, a settembre. E incrociamo le dita anche per la data del rientro, perché non ci è dato sapere esattamente cosa succederà fra due mesi, nella scuola e nella nostra quotidianità.

Questa (s)fortunata esperienza professionale è iniziata in modo parecchio confuso: partito con una supplenza breve di due settimane in una scuola media, neanche il tempo di ambientarmi che, in ossequio al principio della continuità didattica, quel posto è stato preso da un’altra collega durante le convocazioni provinciali, un’interminabile giornata di attesa insieme a centinaia di colleghi, che per me si è risolta in un nulla di fatto. Poi a inizio ottobre sono arrivati la chiamata e un contratto fino al 30 giugno in un istituto tecnico superiore, una scuola complessa, in cui ho vissuto un’esperienza importante e anche dei bei momenti, alcuni dei quali, relativi alla didattica a distanza, ho provato a raccontarveli qui, su questo blog.

Mi sono messo alla prova con l’insegnamento, ho voluto addentrarmi in questo mestiere per provare a comprenderlo e capire se sia la mia strada. Ma questi mesi, troppo anomali, non sono bastati: per avere un’idea più precisa dovrò riprovare a fare il “professore” almeno un altro anno. Uso le virgolette perché ancora fatico a vedermi come tale, ho avuto da subito un brivido lungo la schiena quando alunni e colleghi mi hanno giustamente dato tale appellativo. Non mi identifico con questo lavoro, al momento lo considero un’eccezionale parentesi, che potrebbe prolungarsi a settembre, o forse no… ancora non lo posso sapere. Davanti a me l’orizzonte è incerto.

Oggi più di prima, il precariato è una condizione di vita alla quale un po’ tutti, dal momento in cui il virus è entrato nella nostra quotidianità, dovremmo abituarci. Viviamo in tempi interessanti, direbbe qualcuno… Per terminare la lezione, sappiate che questa espressione deriverebbe da una maledizione cinese, in cui “interessante” è usato in modo eufemistico.


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