Preparo il caffè con la moka come se lo stessi facendo per la prima volta. Controllo che l’acqua tocchi la valvola e riempio con cura il filtro, inspirando il profumo della polvere macinata. Appoggio la macchinetta sulle fiammelle azzurre del fornello, quasi invisibili alla luce del giorno, e aspetto.
Non bevo caffè dall’ultima volta che ho pianto. Ero riuscita a rimanere serena per quasi due settimane, ma quella sera ero crollata. Singhiozzavo come una bambina, la testa fra le mani, sotto lo sguardo preoccupato di mia madre che rimaneva a distanza: aveva fatto il tampone quel giorno stesso, dopo che una sua collega aveva mostrato i primi, inequivocabili sintomi. E io, ingolfata nel terrore più cieco, avevo dato sfogo a due settimane di paura, confusione e solitudine e alla fine ero solo riuscita a dire: “Da domani niente caffè, ché poi mi agito”.
All’inizio della pandemia nessuno di noi era seriamente preoccupato. Guardavamo i telegiornali, ci dispiacevamo delle morti delle vittime, ma rimanevamo sereni. Finché mia madre non aveva cominciato a tornare dal lavoro sempre più tardi e sempre più stanca.
“Hanno chiuso l’entrata alla Rianimazione con un muro di cartongesso”.
“Continuano ad arrivare ambulanze, non sanno più dove metterli”.
“Hanno montato un tendone davanti al pronto soccorso”.
“I miei ragazzi hanno paura di essere precettati”.
“Mi hanno chiesto del personale. Non so chi mandare, alcuni hanno dei bimbi piccoli”.
“Ho chiamato in farmacia per chiedere anche solo tre mascherine, la dottoressa quasi si metteva a piangere.”
“Non ce la faremo, non ce la faremo mai.”
Il profumo intenso del caffè inonda la cucina, la moka gorgoglia e, finalmente, un rivolo marrone scuro comincia a scendere dal tubo del filtro. Verso il liquido in una tazza, ma già so che non lo berrò: non sono in pausa, sto facendo il trattamento a cui bisogna sottoporre ogni moka che sia stata pulita con il sapone. Aggiungo un po’ di acqua fredda e, sfogliando distratta il giornale, aspetto.
Mia madre ha sempre letto il giornale partendo dai necrologi. Con l’inizio della pandemia, aveva fin troppo da leggere. Si era fatta carico di diffondere le notizie corrette sul virus, più veloce e capillare di qualsiasi ufficio stampa. Sembrava avere una scorta infinita di video su come lavarsi correttamente le mani. Era diventato quasi comico, finché non avevo notato le sue di mani: rosse e secche fino al polso, come se si fossero scottate al sole.
Sento la chiave girare nella serratura, la mia attesa finisce. Mia madre entra in casa e si libera della mascherina, respirando a pieni polmoni il profumo di caffè. “Com’è andata oggi?” “Solito”.
Mi chiamo Giulia, ho ventisei anni e in queste pagine cercherò di spiegarvi cosa vuol dire quando un’infermiera di Brescia dice “Solito” ai tempi del Coronavirus.
