tempi maturi
Tempi maturi

Tempi di maturi

di Francesco Ferrazzi

A Sabrina, classe 2001, il brindisi di mezzanotte del primo gennaio è quasi andato di traverso, ben sapendo che questo 2020 sarebbe stato particolarmente difficile: l’anno della maturità. Catastrofista nata, nemmeno lei poteva immaginare l’arrivo di una pandemia dalla Cina e la chiusura delle scuole a febbraio. Oggi, a un giorno dalla prova di maturità, l’ansia la attanaglia: ha paura di fare brutte figure e avere lapsus freudiani (che d’altronde, fanno parte del programma di filosofia), o che le venga chiesto l’unico argomento che non ha ancora ripassato, in ossequio alla sua legge (pseudo) scientifica preferita, quella di Murphy: se qualcosa può andare male, lo farà.

Sabrina è una contraddizione vivente – come tutti gli adolescenti, del resto: ambiziosa ma insicura, l’anno prossimo vuole iscriversi a Medicina ma odia chimica – e, per giunta, ha paura del sangue. Teme soprattutto di non essere all’altezza delle aspettative, di non raggiungere il voto desiderato. Passa la notte prima degli esami non con i versi di Venditti nelle orecchie, ma con quelli di Dante, Leopardi, Ungaretti sotto gli occhi e con i manuali di tutte le materie presenti all’esame, immaginando le domande più improbabili e i peggiori scenari possibili.

La prova quest’anno è singola, un giorno soltanto in cui convogliare tutte le angosce. Sabrina e i suoi compagni devono affrontare un maxi-colloquio (così è stato definito, con prefisso accrescitivo, per aumentare lo stress di un esame già di per sé negli incubi ricorrenti degli italiani) in un’ora su più materie, diviso in cinque parti: la presentazione di un elaborato, l’analisi di un testo di italiano, la costruzione di un discorso multidisciplinare a partire da uno “spunto” (immagine, frase, parola…), l’esposizione delle esperienze svolte nell’ambito dei Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO) e, per finire, un paio di domande su Cittadinanza e Costituzione – argomenti che in alcune quinte non vengono nemmeno spiegati.

Questo programma è stato stabilito all’alba del 16 maggio, giorno in cui il Ministero ha finalmente deciso se e come fare l’esame di Stato, e da cui Sabrina ha cominciato a prepararsi per il peggio: ha approfondito ogni riferimento presente nel suo elaborato, imparando vita, morte e miracoli di tutti gli autori citati; ha scritto un centinaio di mappe concettuali a partire dagli spunti più semplici fino a quelli più impensabili (come la foto di un gattino, vista su Instagram, a cui è riuscita a collegare Il Gattopardo di Tomasi Lampedusa per italiano, The Black Cat di Edgar Allan Poe per inglese e il paradosso del gatto di Schrödinger in fisica); ha studiato il programma del primo quadrimestre (l’unico che dovrebbero chiederle) da capo a fondo, integrandolo con tutti i collegamenti possibili, anche riferibili agli anni precedenti.

Sabrina è pronta, prontissima. Ha preparato meticolosamente e con abbondante anticipo anche tutti i materiali da portare all’esame: l’elaborato stampato in triplice copia; due penne usb (sia mai che una non funzioni), per proiettare le slide della relazione sul PCTO; l’autocertificazione che confermi di non aver avuto febbre nei tre giorni precedenti la prova.

La prova della temperatura… un altro esame, prima di quello vero e proprio, ma anch’esso determinante. Sabrina immagina già con terrore l’addetto mascherato al portone della scuola, col termometro digitale puntato sulla sua fronte, come una pistola.

E se il termometro dovesse dare più di 37,5°, soltanto perché sono un po’ agitata? Cosa succederebbe? – si domanda, diventando paonazza, arrivando già tranquillamente così ai 37 gradi.

Mi rimanderanno a casa? Non potrò fare l’esame almeno per i prossimi 14 giorni, se non di più? Verrò additata come l’untrice della scuola? Mi chiuderanno in un lazzaretto manzoniano?

Quell’ingresso, così familiare fino a pochi mesi fa, oggi la terrorizza. Ma affrontare gli esami, i riti di passaggio, le prove della vita significa proprio questo: oltrepassare soglie spaventose per proiettarci al di là di esse. Questo è crescere, questa dovrebbe essere la maturità. Un percorso complicato, che non si compie semplicemente svolgendo un esame in una giornata. Sabrina lo sa, ora deve soltanto calmarsi, oltrepassare quella porta e tornare da studentessa, per l’ultima volta, nella sua scuola, davanti ai suoi docenti – ma a 2 metri di distanza. E chissà che, sotto la mascherina, riuscirà a sorridere anche all’odiato professore di chimica.


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