Occhi Leonessa

Occhi racconta la storia di Anna, 26 anni, infermiera

Caterina ha gli occhi grigi e le sopracciglia biondo cenere, ben curate. Ha una corporatura minuta, al punto che è difficile trovare divise della sua taglia. L’ho conosciuta da poco più di una settimana e oggi siamo di turno insieme per la prima volta.

Nel reparto Covid non si può entrare e uscire liberamente dalle stanze, quindi si lavora sempre in due: una sta dentro con i pazienti infetti, l’altra sta fuori a passare i materiali. È un esercizio di fiducia, come lasciarsi cadere all’indietro sperando che qualcuno ti afferri prima di finire a terra. Nel mio caso quel qualcuno è Caterina e, se sbagliamo, rischiamo entrambe di contagiare noi e i nostri colleghi.

La osservo quasi ipnotizzata mentre prepara la flebo al di là del telo trasparente. Mi ricordo quando, durante il tirocinio, mi ripetevo sottovoce le istruzioni: apri il flacone, disinfetta il tappo, apri il sacchetto sterile del deflussore, inserisci il deflussore, controlla che esca il liquido, fai uscire l’aria, chiudi il morsetto. Mi ci era voluto poco più di un mese perché diventassero gesti automatici. Quanto ci era voluto a Caterina?

Non importa, è bravissima: si muove con naturalezza e precisione, calma anche quando mi porge la flebo, stando attenta a non toccarmi. I nostri sguardi si incrociano per un istante ed è come guardarsi allo specchio: cuffia, mascherina, due occhi stanchi cerchiati di viola.

Fausto ha gli occhi azzurri, vivacissimi, resi ancora più brillanti dalle folte sopracciglia bianche. Non dice nulla quando ci vede entrare di corsa: il suo compagno di stanza è peggiorato, non sta respirando, dobbiamo mandarlo in rianimazione. Quando i barellieri lo portano via, cerco di riprendere fiato da sotto la mascherina, le mani sui fianchi come se avessi appena corso per chilometri. Nel silenzio che è piombato sulla stanza, sento la voce affaticata di Fausto che mi domanda: «Toccherà anche a me?». Mi giro e vedo nei suoi occhi celesti una paura che non avevo mai visto prima: il terrore lucido di una persona che ha capito perfettamente cosa la aspetta.

Non riesco a sostenere quello sguardo, la vista mi si offusca. Azzardo un’occhiata veloce verso Caterina, ma non trovo risposte, solo il frammento di un altro volto stravolto dalla fatica. «Fai dei respiri profondi, Fausto» gli rispondo, soffocando le lacrime. «Mi raccomando, continua a respirare» mi fa eco Caterina. Non possiamo promettergli che andrà tutto bene.

Oggi racconto la storia di Anna, 26 anni, infermiera

Caterina ha gli occhi grigi e le sopracciglia biondo cenere, ben curate. Ha una corporatura minuta, al punto che è difficile trovare divise della sua taglia. L’ho conosciuta da poco più di una settimana e oggi siamo di turno insieme per la prima volta.

Nel reparto Covid non si può entrare e uscire liberamente dalle stanze, quindi si lavora sempre in due: una sta dentro con i pazienti infetti, l’altra sta fuori a passare i materiali. È un esercizio di fiducia, come lasciarsi cadere all’indietro sperando che qualcuno ti afferri prima di finire a terra. Nel mio caso quel qualcuno è Caterina e, se sbagliamo, rischiamo entrambe di contagiare noi e i nostri colleghi.

La osservo quasi ipnotizzata mentre prepara la flebo al di là del telo trasparente. Mi ricordo quando, durante il tirocinio, mi ripetevo sottovoce le istruzioni: apri il flacone, disinfetta il tappo, apri il sacchetto sterile del deflussore, inserisci il deflussore, controlla che esca il liquido, fai uscire l’aria, chiudi il morsetto. Mi ci era voluto poco più di un mese perché diventassero gesti automatici. Quanto ci era voluto a Caterina?

Non importa, è bravissima: si muove con naturalezza e precisione, calma anche quando mi porge la flebo, stando attenta a non toccarmi. I nostri sguardi si incrociano per un istante ed è come guardarsi allo specchio: cuffia, mascherina, due occhi stanchi cerchiati di viola.

Fausto ha gli occhi azzurri, vivacissimi, resi ancora più brillanti dalle folte sopracciglia bianche. Non dice nulla quando ci vede entrare di corsa: il suo compagno di stanza è peggiorato, non sta respirando, dobbiamo mandarlo in rianimazione. Quando i barellieri lo portano via, cerco di riprendere fiato da sotto la mascherina, le mani sui fianchi come se avessi appena corso per chilometri. Nel silenzio che è piombato sulla stanza, sento la voce affaticata di Fausto che mi domanda: «Toccherà anche a me?». Mi giro e vedo nei suoi occhi celesti una paura che non avevo mai visto prima: il terrore lucido di una persona che ha capito perfettamente cosa la aspetta.

Non riesco a sostenere quello sguardo, la vista mi si offusca. Azzardo un’occhiata veloce verso Caterina, ma non trovo risposte, solo il frammento di un altro volto stravolto dalla fatica. «Fai dei respiri profondi, Fausto» gli rispondo, soffocando le lacrime. «Mi raccomando, continua a respirare» mi fa eco Caterina. Non possiamo promettergli che andrà tutto bene.


Non so dire di che colore siano gli occhi delle persone che ci stanno aspettando alla fine del corridoio. So solo che quando vedono Fausto uscire incerto dalla stanza, si mettono quasi a saltare. È la prima volta che io e Caterina accompagniamo fuori un paziente guarito e ci stiamo godendo ogni passo. I piedi non mi fanno male negli zoccoli, la mia armatura di plastica non mi impaccia i movimenti, non sento il respiro affannato dalla mascherina. Arrivato alle porte, Fausto accenna un saluto timido ai suoi parenti al di là delle porte di vetro. Poi si volta verso di noi, come se volesse darci la mano, o abbracciarci. Rimane invece a guardarci, in silenzio, con quegli occhi splendenti, carichi di una gioia che non credevo fosse più possibile.