Miglioramento Leonessa
Miglioramento

Miglioramento racconta la storia di Fabio, 28 anni, anestesista specializzando

Quasi non ho memoria dei giorni peggiori, se non la fretta costante. Mentre fuori il mondo piombava nel silenzio, noi lavoravamo freneticamente per ore che volavano via come attimi, con la stessa domanda incredula sulle labbra: «Come siamo arrivati a questo punto?».

Ci muovevamo a tentoni, comunicando con altri ospedali, sperando di cogliere nella mole di informazioni la notizia di quella terapia, quel farmaco, che avrebbero fatto la differenza.

Ancora peggio, era diventato difficile distinguere i pazienti. Tutti presentavano gli stessi sintomi, la triade tosse-febbre-difficoltà respiratorie, un’uniformità che complicava infinitamente il passaggio di consegne. Il virus sembrava voler privare i malati di tutto: l’aria, la libertà, il contatto umano, l’identità, l’unicità del loro dolore.

Ho capito che la situazione stava migliorando quando finalmente sono riuscito a ricordare il nome di un paziente.

È una mattina uggiosa, nonostante sia già giugno. Ho passato le prime ore del turno schizzando da un letto all’altro, ormai abituato a completare i miei compiti a ritmi velocissimi. Finché, durante l’ennesimo sprint nel corridoio, rallento gradualmente il passo, un po’ impacciato, come se le mie gambe non si ricordino come si faccia a camminare lentamente. Il mio cervello raggiunge un pensiero nuovo, ma banalissimo: Non ho più niente da fare. Mi guardo intorno, incerto e confuso: i pazienti sono stabili, i macchinari emettono dei bip costanti, ma nessun allarme.

E adesso?

Qualcuno tossisce dal letto 7. Mi avvicino di corsa, ma non è una crisi. L’uomo è sveglio e mi guarda perplesso. Le sinapsi scattano da sole: covid positivo, iperteso, ossigeno somministrato con canula, mani e polmoni rovinati da tanti anni di lavoro, e il nome…

«Buongiorno signor Augusto! Come sta?»

«Ensomo» – tosse – «podares na mei», si lascia andare a una risata roca e affaticata.

Scorro con lo sguardo cartella appesa al letto, lancio un’occhiata ai monitor.

«Sta meglio sa? Se continua così possiamo trasferirla».

Augusto annuisce soddisfatto. «Ma oggi facciamo le videochiamate?». Il ritorno all’italiano è uno sforzo nelle sue condizioni, ma non vuole che ci siano fraintendimenti.

«Sì, dopo pranzo passiamo con i tablet»

«Ah bene, bene».

Potrei andarmene, tuffarmi nella pila di documenti da compilare o rifugiarmi nel cucinino per una pausa caffè. E invece rimango a parlare con il signor Augusto, delle sue figlie, dei suoi nipoti, del suo orto. Una manciata di minuti che sembrano ore, che fanno la differenza fra curare e prendersi cura.

Quando me ne vado per lasciarlo riposare, il cielo fuori è ancora grigio, ma a me sembra un po’ più luminoso.


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