In panchina Leonessa
In panchina

In panchina racconta la storia di Carlo, 29 anni, specializzando

«Buongiorno signora Rosa, come sta?»

«Buongiorno dottore. Eh dai insomma, non ci possiamo lamentare».

Quasi mi scappa una risata: dopo l’asportazione di un tumore alla veneranda età di settantasei anni la signora Rosa avrebbe tutto il diritto di lamentarsi un poco. Ma la pandemia ha messo in prospettiva tutto. Non c’è bisogno che lo dica, ma capisco cosa intende: Almeno non ho il virus.

«E lei come sta? I suoi colleghi?»

«Noi tutto sommato stiamo bene, grazie».

In queste lunghe settimane con le operazioni ridotte al minimo, le visite di controllo che vivevo come incombenze, sono diventate la parte preferita del mio lavoro. In questo momento, potrei parlare con la signora Rosa ininterrottamente, delle sue giornate, dei suoi acciacchi, di cosa ha mangiato a pranzo. «Brutta cosa la solitudine» commenta un’infermiera quando finalmente riattacco. Non so se stia parlando di me o della mia paziente.

Si è conclusa un’altra giornata vuota e mi incammino senza entusiasmo verso la colonnina per timbrare, oppresso da una sensazione di stanchezza che non dovrei sentire. Finalmente appoggio il cartellino sul lettore e un breve bip mi comunica che sono libero di tornare a casa. Il suono riecheggia all’infinito nei corridoi vuoti, un po’ più a lungo del normale. Mi accorgo che sto sentendo un altro bip, leggerissimo, ma incessante, mi attira a sé come la voce di una sirena. Ignoro l’uscita e continuo ad avanzare, seguendo quel monotono sempre più forte, finché mi affaccio su una sala esagonale, l’anticamera della Rianimazione.

Fisso le lettere consumate sulla doppia porta mentre le mie orecchie registrano i suoni attutiti che provengono dall’interno: passi, voci, tosse, il frastuono di decine di respiratori. Dovrei essere lì dentro, potrei dare una mano. Respiro forte, il mio corpo è percorso da scariche di adrenalina. Sussulto spaventato quando mi accorgo di una figura che mi osserva dall’imboccatura di un corridoio alla mia destra. Lo riconosco, è Marco, rianimatore. Non lo vedo da tre settimane e sembra invecchiato. Muovo un passo per avvicinarmi ma lui alza una mano per fermarmi.

«Come va?»

«Come vuoi che vada?»

«Mi dispiace non potervi dare una mano»

«Meglio così. Vuol dire che non siamo ancora al limite».