Il viaggio di Madi Leonessa
Il viaggio di Madi

Guinea – Brescia – Normandia: il viaggio di Madi

Sono già passati quattro anni da quando abbiamo conosciuto Madi. La prima volta lo abbiamo incontrato quando, come Altree, ci siamo messi in contatto con ADL a Zavidovici, la cooperativa che allora lo ospitava, per proporre la nostra iniziativa di tandem linguistico. Il senso del progetto era cercare di creare situazioni informali in cui i richiedenti asilo potessero entrare in contatto con la popolazione locale per chiacchierare in diverse lingue così da creare relazioni e favorire lo scambio. Madi è stato il primo a raccogliere la proposta e ha sempre partecipato con entusiasmo agli eventi. Il progetto, tuttavia, è stato interrotto e così ci siamo persi di vista per un po’; qualche mese fa abbiamo saputo che si è trasferito in Normandia, nel nord della Francia, così abbiamo pensato di organizzare una videochiamata per sapere come sta e per farci raccontare la sua storia.

Dove sei cresciuto?

Sono cresciuto in Guinea, in un villaggio di periferia. Vivevo con mia mamma e con i miei fratelli, mentre mio padre era quasi sempre in giro per il paese per lavoro. Da piccolo ho studiato alla scuola coranica locale, poi da ragazzo ho continuato gli studi nella città di Kindia per quattro anni. Mi sarebbe piaciuto continuare a frequentare una scuola francese, perché è quella che ti dà più possibilità di lavoro, però mio padre voleva che io lavorassi.

Com’è la situazione lavorativa in Guinea?

Stagnante. Nel mio villaggio la maggior parte delle famiglie sopravvivono solo grazie alle rimesse che vengono inviate dai parenti emigrati. Ma non è solo un problema del mio villaggio, in tutta la nazione c’è una forte disoccupazione.

Dopo aver finito gli studi a Kindia ho lavorato per un periodo come imbianchino nella capitale Conakry. Avrei voluto emigrare anche io e cercare lavoro in Mozambico o in Algeria, ma non avevo abbastanza soldi per affrontare il viaggio, quindi ho deciso di raggiungere mio padre nella città dove si trovava in quel momento. Lui non era d’accordo che emigrassi quindi non potevo aspettarmi il suo supporto economico. Al limite era disposto a mandarmi in Mali per studiare in una scuola coranica, ma quel percorso non mi offriva nessuna prospettiva che mi interessasse.

E quindi come hai fatto a partire?

Nel 2011, quando avevo 19 anni, ho venduto la macchina di mio padre a sua insaputa, poi ho lasciato metà dei soldi che ho guadagnato alla sua seconda moglie, e con l’altra metà mi sono pagato il viaggio: sono arrivato in Algeria passando per il Mali, e mi ci sono fermato due anni. Ho cercato di partire per l’Italia, ma una volta arrivato in Libia sono stato catturato e imprigionato. Dopo qualche mese sono riuscito a scappare in Niger, ma quando hanno cercato di rimpatriarmi sono scappato di nuovo in Algeria e ci sono rimasto per altri due anni.

Durante i periodi passati in Algeria ho lavorato come imbianchino e muratore, ma la mia intenzione era sempre quella di trovare un modo per arrivare in Italia. Per questo nel 2014 ho ricominciato a mettere via i soldi per pagarmi la traversata, questa volta su una barca che partisse direttamente dalle coste algerine, perché in Libia non volevo mai più tornarci.

Quando sei arrivato in Italia?

Nel giugno 2015, all’età di 23 anni, sono finalmente sbarcato a Messina, dopo un viaggio di dieci ore su un barcone nel Mediterraneo. Dopo circa un mese sono stato trasferito a Brescia, prima nel Centro di Accoglienza Straordinario Pampuri 1, poi in uno degli alloggi di ADL a Zavidovici. Qui ho ottenuto il permesso umanitario e, dopo averlo rinnovato per una volta, l’ho convertito in permesso di lavoro.

Nel periodo che ho passato in Italia la mia attività principale era studiare l’italiano, anche se purtroppo non sono riuscito a dare l’esame di terza media perché il tirocinio che stavo facendo all’epoca non me lo ha permesso.

Qual è stata la tua impressione di Brescia?

Per me la città non sono tanto i luoghi, ma le persone che ci vivono, per questo nei primi mesi ho sofferto molto la solitudine: in Africa ero abituato ad avere una rete di conoscenze e un senso di comunità attorno a me che qui in Italia mi mancava completamente. Anche caratterialmente io sono una persona molto socievole, che tende a essere estroversa e ad attaccare bottone con chiunque parli una lingua che conosco. Per fortuna dopo poco ho cominciato a legare con altri ragazzi africani e poi, anche grazie al tandem, con alcuni ragazzi italiani. Queste relazioni hanno cambiato notevolmente la mia esperienza a Brescia.

Perché te ne sei andato?

Nell’autunno 2019 mi sono fatto male ad una mano mentre lavoravo in una fabbrica di Borgosatollo, e durante il periodo in cui ero a casa per l’infortunio il mio contratto è scaduto e non me l’hanno più rinnovato. Non sono riuscito a trovare un altro lavoro e sono rimasto disoccupato per qualche mese. Per me non aveva senso restare in un posto se non avevo la possibilità di lavorare, senza contare che rischiavo di perdere il permesso di soggiorno, avendolo convertito da umanitario a lavorativo. Quindi a gennaio 2020 ho deciso di trasferirmi in Francia.

Ti manca l’Italia?

Non me ne sarei mai andato da Brescia se fossi riuscito a trovare lavoro. Se non fosse stato per la disoccupazione non avrei mai voluto andarmene perché mi trovavo bene, ma tre mesi senza lavorare sono troppi, non potevo stare fermo.

Non mi manca Brescia come città in sé, nel senso che non ho particolare nostalgia di qualche luogo specifico, però mi mancano molto le persone che ho incontrato lì. Mi è dispiaciuto interrompere le relazioni che ero riuscito a coltivare nei quattro anni che ho passato a Brescia, e di sicuro le porterò sempre nel cuore.

Cosa ti aspetti dal futuro?

Non lo so con esattezza. Dopo tre settimane che ero in Francia è arrivato il Covid e questo ha complicato le cose, ma per fortuna ho trovato lavoro presso una compagnia di consegne a domicilio.

Per adesso non mi dispiace restare qui. Mi trovo bene, quando cammino per strada spesso la gente mi saluta anche se non mi conosce. I miei coinquilini e molti dei miei amici sono ragazzi della Guinea, alcuni dei quali conoscevo già da ragazzo: è molto bello perché quando usciamo in strada siamo in Francia, ma quando rientriamo a casa siamo in Guinea. Però per me l’ideale sarebbe tornare in Italia, perché il mio permesso è italiano quindi questo mi permetterebbe di rimanere più facilmente in regola con i documenti. Ho mandato la mia candidatura per la sede italiana della stressa compagnia per cui lavoro ora, ma per qualche motivo ci stanno mettendo molto tempo a rispondermi, quindi per un po’ farò il rider qui in Francia.

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