è il mio lavoro leonessa
«È il mio lavoro»

Abbiamo sempre fatto le interviste al telefono, ovviamente. Al massimo in videochiamata. Mi viene da ridere a ripensare al copione con cui ho iniziato tutte le conversazioni. I convenevoli, nonostante la pandemia globale, rimanevano saldamente su: «Come va?» «Tutto bene grazie e tu?» «Tutto bene grazie». Seguiva qualche momento di silenzio imbarazzato, nel quale ci rendevamo conto dell’assurdità di quello che ci eravamo appena detti, poi finalmente uno dei due se ne usciva con: «Cioè… Mica tanto bene!». E da lì in poi cominciavano a raccontare.

Una volta finito di raccogliere i fili della memoria di quei giorni, facevo a ciascuno di loro la stessa domanda: «Ma tu ti senti un eroe?» «No, è il mio lavoro». Mi hanno dato tutti la stessa risposta. Me l’hanno detto senza falsa modestia, con una punta di orgoglio, ma quasi irritati. Mi hanno fatto anche notare che questo è sempre stato il loro lavoro: curare in tutti i modi possibili ed etici chiunque ne abbia bisogno.

È un lavoro che hanno voluto ardentemente. Fin dagli affollatissimi test d’ingresso per una manciata di posti a Medicina o Infermieristica e poi durante un percorso di studi e tirocini che va dai tre ai dieci anni, a seconda dei ruoli e delle specializzazioni. Non possono essere spinti solo della prospettiva di un’occupazione (non sempre “sicura”), ci deve essere sotto una vera passione.

Anche quando si sono scontrati con un sistema in innegabile difficoltà, invischiato in un pantano di sprechi, inefficienze e gestioni miopi. Poi quando si sono ritrovati a fare turni massacranti per uno stipendio risibile in reparti cronicamente sotto organico o male equipaggiati. Il che comporta, fra le altre cose, il rischio di non fornire delle cure ottimali e quindi generare un senso collettivo di sfiducia in una popolazione già in balìa di cattiva informazione e inadeguatezze endemiche.

Sfiducia dalla quale neanche i giovani sanitari sono immuni: «Vediamo quanto si ricorderanno di questa cosa», commentavano amareggiati ogni volta che parlavo di solidarietà, pur facendo delle distinzioni ben precise.

Hanno ricordato con un sorriso la solidarietà della gente comune durante la quarantena: le raccolte fondi, le donazioni, gli striscioni, i video, le canzoni, i complimenti. Anche i viveri (soprattutto la pizza) consegnati da chi invece il lavoro rischiava di perderlo. Avevano meno simpatia per le dichiarazioni ufficiali e istituzionali, sentite come ipocrite o tardive.

In un modo o nell’altro, concludevano tutti con: «Sicuramente ho imparato molto». Si sentono maturati, professionalmente e personalmente, nonostante la tragedia che hanno vissuto da vicino. Probabilmente questa nuova generazione di sanitari è la più preparata degli ultimi decenni, la più consapevole dell’importanza del proprio lavoro e delle proprie competenze. Forse è anche la più ferita e meriterebbe di vedere dei cambiamenti importanti e duraturi. In positivo, per una volta.