dove eravamo rimasto
Dove eravamo rimasti

Dove eravamo rimasti

di Francesco Ferrazzi

Per me la scuola è sempre stata una questione di riti e di routine. Da studente era la sveglia alle 6:45 e la apotropaica colazione con tè caldo e biscotti secchi per scongiurare i mal di pancia che accompagnavano puntualmente le verifiche più temute.

Partivo da casa due minuti prima dell’ora di punta del traffico per arrivare in anticipo davanti al portone. Entravo in classe e sedevo al mio banco, ultima fila in fondo a destra, per chiacchierare con gli amici prima della fatidica campana delle 8 – a volte anche dopo, dipendeva dai professori… Da quando sono capitato dall’altra parte della cattedra le abitudini sono cambiate, c’è più caffè, i mal di pancia sono scomparsi magicamente e le chiacchiere con gli amici si sono trasformate in bonari richiami ai miei alunni ai quali chiedo immancabilmente, prima di iniziare la lezione: «Dove eravamo rimasti?».

Una domanda che serve a me per ricordarmi davvero a che punto sono arrivato col programma – da studente avevo una memoria migliore… – ma anche per rompere il ghiaccio, soprattutto in queste gelide mattine invernali, con una breve ricapitolazione – e capire dalle voci dei miei alunni se anche la loro memoria funziona…

È una delle poche abitudini che persino il covid non è riuscita a cambiare. Anche in didattica a distanza i miei studenti, non appena appaiono nelle loro camerette coi volti stropicciati dal sonno, devono rispondere alla mia domanda preferita:

– Dove eravamo rimasti, ragazzi?

– Se non lo sa lei, prof…

Fortunatamente siamo tornati a scuola, chi più (elementari e medie), chi meno (superiori), tutti con la convinzione che lavorare in presenza sia il modo migliore di fare scuola, ma anche con la sensazione che, di questi tempi, fare lezione in classe stia quasi diventando un’anomalia, un privilegio, che ti permette di apprezzare tanti piccoli particolari: le domande degli alunni, anche quelle più scomode, o assurde, che in didattica a distanza mancano per una sorta di ansia da palcoscenico; gli occhi degli studenti, interessati e vivaci, o annoiati e pesanti, ma almeno non filtrati dallo schermo del computer; il riflesso pavloviano che, al suono della campanella, fa balzare i ragazzi dai loro banchi, accuratamente distanziati, per disperdersi a gruppi in quei momenti entropici definiti “cambio dell’ora” e “ricreazione”.

Apro la porta della 3B, i miei studenti si siedono ai loro posti, chi più, chi meno composto – le settimane di didattica da divano si notano subito -, le mascherine a proteggere e coprire il volto ma non gli occhi, sorridenti. Raggiungo la cattedra notando la nuova lavagna – non più in ardesia, ma digitale! per ricordarci che, nonostante il ritorno all’antico modo di fare scuola, raccolti in quattro mura dietro a banchi di legno che reggono il peso di numerosi volumi cartacei, siamo comunque nel 2021. Comincio una nuova lezione, in presenza, con la domanda di rito:

– Dove eravamo rimasti, ragazzi?

– Al testo fantascientifico, prof!

Il manuale di antologia propone un brano di Philip K. Dick, Scuola di robot, ironia della sorte o fortunata coincidenza. Nella lettura, gli sguardi dei miei studenti scintillano di interesse, questa distopia sembra molto vicina a loro: in un futuro imprecisato, dei terrestri trasferitisi su Marte hanno a disposizione una tecnologia avanzata e un efficiente sistema scolastico gestito dalla “Scuola”, una formidabile intelligenza artificiale. Ma il tecnico protagonista del racconto prova una forte inquietudine nei confronti di questa entità, apparentemente super efficiente, ma fredda e senz’anima, totalmente votata all’efficienza.

Interrompo il racconto e domando ai miei alunni cosa pensano della scuola descritta da Dick, popolata da Insegnanti Meccanici e robotici, Bidelli Iracondi. I paragoni con l’esperienza che vivono quotidianamente non mancano, particolarmente divertiti dal fatto che anche loro abbiano delle Collaboratrici scolastiche – perché “Bidelle” non è politically correct lamentano-, non proprio robot, ma molto Iraconde. Ma il richiamo più immediato è alla recente didattica a distanza: qualche alunno si lamenta delle estenuanti lezioni passate al pc, altri degli innumerevoli compiti da svolgere online, altri ancora delle connessioni scadenti dei professori, che sembravano automi nei loro monologhi frammentati dal buffering del video, altri infine di quei colleghi che, per sfruttare appieno i 45 risicati minuti di lezione a disposizione online, bombardavano di nozioni i poveri alunni che non avevano neanche tempo per alzare virtualmente la mano per risolvere qualche dubbio.

– Ma ora siamo distanti da quella scuola, vero prof? – chiede Martina, non specificando volutamente se la lontananza sia dalla “Scuola” distopica inventata da Philip Dick o dalla dad proposta dalla ministra Azzolina.

È vero, siamo distanti in tutti i sensi, perché per ora siamo a scuola e a distanza di sicurezza, separati da uno spazio invisibile che ci permette di lavorare in presenza ancora per un po’, almeno finché non scopriremo come si evolverà la situazione – una domanda scomoda cui ancora non riusciamo a dare risposta.

Torno al racconto e propongo un quesito più familiare e rassicurante ai miei alunni:

– Dove eravamo rimasti?