Dietro le parole Leonessa
Dietro le parole

Dietro le parole è la storia di Giorgio, 29 anni infermiere.

“C’è da preoccuparsi?”

Da quando i telegiornali avevano cominciato a parlare del virus amici e parenti continuavano a chiedermi informazioni. La verità è che sia io che i miei colleghi conoscevamo pochissimo di questa malattia: difficoltà respiratorie, lunga degenza, rischiosa per persone anziane e immunodepresse. Si potrebbe dire lo stesso di una normale polmonite. Ancora non sapevamo.

“Ci sono volontari?”

A fine febbraio ci hanno comunicato che servivano degli infermieri per i reparti Covid. Ricordo il nostro silenzio stupito, gli sguardi impauriti dei miei colleghi. Avremmo potuto estrarre a sorte, ma non è stato necessario: ci siamo offerti in tre, i più giovani, senza figli.

Il primo giorno nel nuovo reparto ero spaesato, gli automatismi acquisiti in cinque anni di lavoro sembravano essersi inceppati. Tutto mi era sconosciuto: i colleghi, la sistemazione delle stanze, la posizione dei materiali, la vestizione, i macchinari. In teoria sapevo come funzionavano i respiratori, ma mi accorgevo di tentennare quando li utilizzavo, impacciato dall’insicurezza e dalla tuta protettiva. Fortunatamente, con quattro infermieri e due OS, i sedici pazienti ricoverati erano gestibili.

“Quanti letti avete?” “Trenta” “Entro stanotte li occupate tutti” “Come tutti?”

La chiamata dal pronto soccorso arrivò a metà del mio primo turno. Da lì in poi i giorni si sono fusi insieme: c’è solo il lavoro e il non-lavoro. Mattina, pomeriggio o notte si distinguono appena da dentro il reparto, da sotto le tute. Una volta a casa, non sento il bisogno di guardare la televisione: non mi servono i bilanci quotidiani per capire la gravità del contagio.

“Grazie”.

Le videochiamate a cui assisto in reparto mi trascinano in un’intimità emotiva insidiosa. Divento mio malgrado uno spettatore ingombrante di conversazioni fra marito e moglie, genitori e figli, migliori amici. Incontri virtuali che per i pazienti sono più reali della realtà stessa. Fa piacere poter portare un po’ di conforto a chi è chiuso qui dentro e a chi è rimasto là fuori, ma è sempre più difficile mantenere il giusto distacco. Sarebbe meglio non affezionarsi.

“Mi dispiace”.

Quando decidi di fare l’infermiere sai che, ogni tanto, un paziente muore. Qualunque sia il reparto in cui lavori, dall’ostetricia alla geriatria, sei circondato da persone malate e qualcuno di loro non ce la fa. Ogni morte è a suo modo una ferita, però si può curare, con il tempo. Ma quante ferite si possono sopportare tutte insieme? I morti di Covid non sono diversi dai morti  che avevo visto prima. Però sono tanti, troppi.