Un lavoro essenziale

Via Milano 59

Prologo: Un mondo dritto

Nel suo Napoli adagio, Francesca Amirante descrive via dei Tribunali come “un mondo dritto”, una lunga teoria di negozi, portoni, bar, vicoli, chiese e scalinate che attraversa il centro di Napoli.

Anche via Milano a Brescia è “un mondo dritto”, una strada che dal centro storico porta verso ovest e offre solo un orizzonte ristretto fra i due lati della carreggiata, con la promessa di arrivare, alla fine, a quartieri o paesi più confortevoli e sicuri.

Originariamente un’area rurale appena fuori dal nucleo della città, fino a poco più di un secolo fa era nota come Borgo San Giovanni: i bresciani di allora l’avrebbero collegata immediatamente al cimitero monumentale di Rodolfo Vantini, alle varie fabbriche che vi erano sorte all’inizio del Novecento, con annesse case operaie, o al massimo con la caserma della Guardia di Finanzia di epoca fascista.

I bresciani di oggi la collegano ad altro. Per esempio alla Caffaro Chimica, che si è guadagnata negli anni una nomea notevole. Sul sito del Giornale di Brescia si può leggere un articolo molto documentato di Elisa Rossi che ne ricostruisce le vicende e, soprattutto, spiega come si sia arrivati all’istituzione di un Sito di Interesse Nazionale a causa del pesante inquinamento da Pcb, mercurio e cromo. A parte la Caffaro e i suoi veleni, man mano che le fabbriche venivano chiuse e delocalizzate, il quartiere è scivolato lentamente nella povertà e nel degrado, in cui si è fatto strada il traffico e l’abuso di stupefacenti. Agli abitanti originali, poi, si sono aggiunti negli ultimi decenni molti immigrati, con una forte componente di origine indiana e pakistana e di religione sikh. Un fenomeno che di per sé costituirebbe solo un segno dei tempi, non un’ulteriore criticità, ma che nella mente dei cittadini ha contribuito a connotare via Milano come un luogo “altro”, quindi diverso, quindi intrinsecamente pericoloso.

L’ultima questione aperta del quartiere, che a suo modo riesce a raccogliere tutte le altre, è il complesso delle cosiddette “Case del Sole”. Voluto dal Comune come condominio di 170 appartamenti gestiti dall’Aler, con un asilo nido e spazi per negozi al piano terra, doveva essere completato nel 2014, ma la ditta che lo stava costruendo è fallita. Il piano terra dello stabile è in stato di completo abbandono e per molto tempo è stato rifugio per senzatetto e tossicodipendenti. Il parco che doveva circondare le Case del Sole non è mai stato ultimato. Dei tredici piani del palazzo nove sono vuoti, mentre negli altri vivono 47 famiglie, tutte con varie problematiche sociali ed economiche. Ironia della sorte, la gran parte è stata trasferita dalla torre Tintoretto di San Polo.

Voglio essere onesta: passeggiare a tarda sera in via Milano non è un’attività che intraprenderei a cuor leggero. A dire la verità mi ci è voluto del tempo anche per convincermi ad attraversarla da sola in pieno giorno. Ammettendo di non essere una persona particolarmente coraggiosa e imputando un po’ di responsabilità ad anni di avvertimenti («Non andare mai in via Milano, è pericoloso!»), è innegabile che sia una zona problematica, ma negli ultimi anni sono state molte le realtà che se ne sono interessate. Pioneristico in questo senso è stato il centro sociale Magazzino 47, che dal 1993 è uno dei punti storici di aggregazione del quartiere.

Più di recente, nel 2016, l’apertura del Laboratorio Lanzani ha fatto intravedere la possibilità di ricreare in via Milano quella conversione di ex-spazi industriali in locali di moda e negozi di lusso già avvenuta in molte città statunitensi e inglesi. Con l’obiettivo implicito di coadiuvare questa transizione, dal 2017 al 2021 il Comune di Brescia ha promosso il progetto “Oltre la strada”, che si proponeva di cambiare il volto di via Milano attraverso una serie di interventi urbanistici e culturali: la nuova pista ciclabile, la sala di lettura, il Teatro Borsoni, ancora in costruzione sui terreni dell’ex-Ideal Clima, e lo skate-park che dovrebbe sostituire il parco incompiuto delle Case del Sole, fanno tutti parte di questo progetto.

Un tassello importante di “Oltre la strada” è stato fin da subito la Casa del Quartiere, inaugurata nel 2018 in un condominio di via Milano 59, dove hanno preso vita iniziative diverse: dall’housing sociale, seguito dal consorzio Immobiliare Sociale Bresciana, all’ambulatorio dentistico gestito dalla cooperativa La Rete, fino alla biblioteca sociale Porto delle Culture, che, oltre al prestito dei libri, organizza il doposcuola, la sartoria, e i corsi di musica, di scacchi, di yoga, di informatica e di italiano. Con l’arrivo della pandemia, poi, si è aggiunta anche l’Associazione via Milano 59, che si occupa di mutuo aiuto, trasformazione degli spazi urbani e attività per i bambini della zona.

La Casa del Quartiere è quindi una realtà composita, quasi quanto la stessa via che la ospita, e anche molto fluida, al punto che nelle mie ricerche iniziali ho fatto un po’ fatica a capire dove finissero le iniziative di un ente e dove iniziassero quelle di un altro. Per chiarirmi le idee ho perfino chiesto aiuto agli amici della Nuova Libreria Rinascita (anch’essa gestita da La Rete), che mi hanno subito indirizzata verso Cristiano, l’ideatore e coordinatore dei progetti della Casa del Quartiere e del Porto delle culture. Ci sentiamo brevemente su WhatsApp e ci diamo un appuntamento alla biblioteca.

Mercoledì alle 18

Mentre cammino verso via Milano 59 non so bene cosa aspettarmi. Cristiano mi ha avvisata che il mercoledì nel tardo pomeriggio c’è la distribuzione dei pacchi alimentari e potrà dedicarmi solo una mezz’ora. Mi domando se non stia approfittando della sua cortesia, se non sarebbe stato meglio accordarsi per un altro giorno. Mi immagino già di entrare bella come il sole nell’ampio ingresso nel cortile mentre i volontari si affannano per consegnare a una fila interminabile di persone… cosa? Quali sono le cose necessarie quando hai poco o niente? Pane? Pasta? Latte? Un po’ di legumi? E i prodotti per l’igiene personale? O le mascherine, che ancora entrano ed escono dalla nostra quotidianità? Penso al carrello della mia solita spesa e a quante cose sento di dover comprare ogni settimana.

Man mano che mi avvicino devo ricredermi: non c’è nessuna fila, solo un quieto via vai di persone. Un gruppetto di volontarie entra ed esce con dei sacchetti di plastica da quella che sembra una cucina.  Sul lato sinistro del portico all’ingresso sono stati disposti alcuni tavoli di legno con delle ceste: una con la pasta, una con un po’ di frutta, una con dei detersivi… Sembra quasi una bancarella del mercato, ma senza fila e senza cassa.

Entro nella porta sulla destra e trovo Cristiano seduto a una scrivania, intento a lavorare al computer. Subito mi spiega che quello è il locale più vecchio della Casa del Quartiere: «All’inizio avevamo a disposizione solo questa stanza. Qui abbiamo fatto e facciamo ancora corsi di italiano, di chitarra per bambini, di yoga e di scacchi. Tre mattine a settimana c’è un laboratorio di sartoria e il lunedì pomeriggio e mercoledì mattina c’è lo sportello orientamento socio-sanitario Emergency. Insomma, questa stanza la smontiamo e la rimontiamo a seconda delle attività».

I locali di fronte, invece, quelli che io ho scambiato per una cucina, sono stati dati in comodato d’uso all’Associazione via Milano 59, che si occupa, fra le altre cose, anche della dispensa alimentare. «L’Associazione distribuisce cibo a un centinaio di famiglie», mi spiega Cristiano, «Non ci si scambia denaro: a ogni prodotto è assegnato un valore in punti e le famiglie ne hanno a disposizione un tot a settimana con cui ‘acquistare’ quello di cui hanno bisogno. Oltre alla distribuzione di cibo in senso stretto, l’Associazione ha attivato una rete di negozi solidali, coinvolgendo la farmacia, un parrucchiere, una cartoleria e altri. Funzionano un po’ come il caffè sospeso o delle gift-card: il cliente può recarsi in negozio e acquistare dei buoni, che vengono consegnati alla Casa del Quartiere e distribuiti insieme ai pacchi alimentari. Chi li riceve poi può andare nei negozi che aderiscono e prendere dei materiali per la scuola, medicinali, oppure farsi tagliare i capelli».

Seguo Cristiano oltre il cancello di ferro nel cortile interno. Davanti a noi si apre un garage coperto che ricorda quelli dei centri commerciali, ai lati ci sono due cortili: in quello sulla sinistra sono impilate delle sedie di legno e Cristiano mi spiega che viene utilizzato dalle varie cooperative per fare assemblee o altre attività all’aperto, perfino un cineforum, anche se ammette che è fermo da qualche tempo. Sulla destra, invece, c’è un orto. «Il condominio è ancora abitato», continua Cristiano, «Ci sono più di venti appartamenti e poi tanti spazi non utilizzati. Questo orto è stato realizzato con i condomini. Si fa la piantumazione di ortaggi di stagione in primavera e in autunno. In via Panigada, invece, l’Associazione ha aperto un orto sociale di 350 mq, gestito dalle volontarie».

Lo ascolto un po’ perplessa, guardando le piantine che spuntano dal terreno. Ho visto i parchi della zona, ho visto i cartelli che ricordano della bonifica dei terreni ancora in corso e intimano di non sostare né fare picnic nell’erba. Per questo chiedo a Cristiano come facciano a fidarsi a coltivare verdura in quel terreno. «Questo è terreno di riporto», mi dice indicando l’orto nel cortile, «sotto c’è cemento, abbiamo fatto comunque le analisi e non risulta contaminato. L’orto di via Panigada invece è stato dato in concessione dal Comune ed è nell’area a nord della Caffaro (è stato ormai appurato che gli inquinanti sono concentrati nelle zone a sud della Caffaro N.d.A.), quindi dovrebbe essere teoricamente pulito. Per essere sicuri, prima di istituire l’orto abbiamo commissionato delle analisi di laboratorio e i livelli di Pcb risultavano gestibili».

Rassicurata, mi faccio guidare su per una rampa di scale che conduce al ballatoio del primo piano. «Adesso è un po’ vuoto ma fino a poco tempo fa qui c’era la mostra ‘Via Milano Casa Mia’. Un gruppo di fotografi è stato messo in contatto con otto famiglie della zona di diversa estrazione (c’era una famiglia senegalese, un anziano italiano, una donna trans ecc) e su ciascuna è stato realizzato un portfolio di scatti che erano esposti qui e adesso sono stati spostati alla Biennale di prossimità. A questi se n’è aggiunto un altro sulla fabbrica abbandonata qui dietro che ormai è una centrale di spaccio da anni. Prima ancora avevamo realizzato una mostra sui libri pop-up con i bambini della scuola elementare Rodari, che però adesso è tornata nella loro biblioteca interna».

Lungo il ballatoio incrociamo un bambino con un pallone, che ci guarda incuriositi, Cristiano gli fa un cenno di saluto mentre infiliamo una porta sulla destra: mi aspetto per un attimo di entrare in un appartamento, al massimo adibito a studio, invece, con una certa sorpresa, mi trovo in una piccola biblioteca.

Il Porto delle Culture

Ci accoglie Elisa, bibliotecaria del Porto delle Culture da dicembre 2021, che mi fa fare un piccolo tour. Dall’ingresso parte un corridoio percorso sulla sinistra da un lungo scaffale carico di libri, divisi per genere e attentamente etichettati, come è normale in una biblioteca. Subito sulla destra ci sono delle scale che portano a un soppalco e, poco dopo, una stanzetta senza finestre ma con tanti divanetti colorati e dei tavolini bassi su cui si vedono i segni lasciati da matite e pennarelli. «Questa è la stanza dei bambini. Dopo i compiti si buttano a terra e da qua non li schiodi più!», scherza Elisa. «È bellissima!», ci tiene ad aggiungere il bambino che abbiamo incontrato prima, strappando a tutti noi un sorriso. «Ti piace davvero questa stanza, Powell?», chiede Cristiano. «Sì!», risponde lui prima di correre giù in cortile con il suo pallone. «Vive qui nello stabile insieme alla sua famiglia, quindi va e viene più degli altri», dice Cristiano mentre lo guardiamo andare via. Chiedo quanti bambini frequentino la biblioteca. «Nel doposcuola che facciamo il martedì e giovedì saranno in tutto una ventina che vengono regolarmente e altri che sono più di passaggio. Infatti per stare comodi ci mettiamo di là dove c’è più spazio», spiega Elisa conducendomi lungo un corridoio in una grande stanza che ha l’aspetto inconfondibile di un’aula: quattro tavoli di legno, con le sedie solo da un lato, rivolte verso una scrivania con dietro una lavagna. Sulla destra c’è una bella cucina con un’isola e perfino una macchinetta del caffè espresso, e sul lato più lontano dall’entrata si apre una grande vetrata che dà su un terrazzino. «Perlopiù sono bambini delle elementari e medie, più due ragazzi delle superiori», continua Elisa, «Si trovano bene, alla fine è un posto tranquillo dove possono fare i compiti in compagnia e se serve nel soppalco c’è un pc e un altro spazio per studiare». In quel momento l’aula è vuota ma riesco a immaginarmi i ragazzini riuniti intorno ai tavoli con i libri e i quaderni. La biblioteca è luminosa e accogliente, è fine giugno e già fa fin troppo caldo, ma dalle porte finestre aperte arrivano solo i cinguettii degli uccellini e qualche voce dal cortile. Sembra un luogo molto sereno in cui studiare.

Elisa e Cristiano mi dicono che in questo spazio si fa un po’ più attività culturale vera e propria, come presentazioni di libri, i laboratori, i corsi di italiano e gli incontri del gruppo di lettura. Quest’ultimo è dedicato agli adulti (in realtà quasi anziani, ammette Elisa) ed è orientato alla libroterapia. Il gruppo si incontra una volta al mese, in genere di sabato mattina, ed è condotto dalla psicoterapeuta Paola Mazzardi, che sceglie i libri e facilita la discussione coinvolgendo tutti i partecipanti. Elisa ha partecipato a tutti gli incontri e assicura che sono sempre molto vivaci e sentiti: «Io stessa potrei semplicemente starmene in disparte, perché alla fine sono lì per lavoro, ma la dottoressa è in grado, a partire dai libri e dalle nostre reazioni, di farci riflettere sul nostro vissuto. Ovviamente non è come una seduta di psicoterapia, ma per essere un gruppo di lettura è un’esperienza molto profonda».

Mi regalano poi dei libri realizzati o distribuiti dal Porto delle culture e ciascuno legato a un’attività specifica promossa dalla biblioteca: Donne, salute e cultura in cucina è un ricettario frutto del laboratorio di educazione alimentare e cucina condotto dalla dottoressa Alessandra Zanini con diciassette donne di otto Paesi diversi (una curiosità: a quanto pare l’alimento che unisce le cucine di mezzo mondo è, sorprendentemente, la polenta),  La nostra strana strada a strisce raccoglie i fumetti realizzati durante un corso tenuto da Chiara Abastanotti e Maledizioni con un gruppo di ragazzi delle scuole medie, mentre Io R-Esisto. Il lavoro in agricoltura è una pratica guida ai diritti dei lavoratori dell’agricoltura realizzata in italiano, francese e inglese dall’Università di Verona.

Non hanno però un libro su una delle attività che più mi aveva incuriosito navigando sul sito della biblioteca: il corso di italiano per donne.  Il racconto di come è nato già dice molto di come anche le iniziative nate con le migliori intenzioni possono avere successo o fallire. Mi spiega Cristiano che quando la Casa del quartiere è stata aperta, lui e i suoi colleghi hanno iniziato una vera e propria ricerca sociale nei bar, nei negozi e all’oratorio, proseguita per almeno un anno e mezzo (e che per certi versi continua ancora), coinvolgendo sia gli abitanti della zona che ricercatori del settore. Man mano che conoscevano l’ambiente di via Milano, si sono resi conto che alcune situazioni molto delicate rimanevano sommerse anche perché mancava uno spazio in cui le donne del quartiere potessero esprimersi liberamente.

Elisa, che è arrivata al Porto delle culture lo scorso dicembre, mi racconta che questo aspetto l’ha colpita fin da subito: «È una cosa che dovrebbero fare le istituzioni in generale: indagare su un territorio, sul tipo di popolazione, sui bisogni e sui possibili ostacoli. Quando ho fatto il corso di bibliotecaria mi spiegavano che è esattamente quello che serve per coinvolgere i propri utenti. Secondo me è anche per questo che ho la percezione che questa realtà, e la Casa del Quartiere in generale, siano molto rispettate dagli abitanti».

Il progetto del corso di italiano, quindi, è stato rimodulato e, invece di Cristiano, le insegnanti sono state Erica, la precedente bibliotecaria, e poi Elisa stessa, che l’ha sostituita. Si è cercato da subito di costruire un contesto di fiducia, in cui le donne potessero toccare questioni di cui non avrebbero discusso di fronte agli uomini. Nel tempo è stato possibile inserire nelle lezioni momenti di formazione sanitaria con le volontarie di Emergency, lasciando che fosse il gruppo stesso delle alunne a decidere di cosa parlare. Fra i temi coperti ci sono stati alimentazione, gestione dei bambini, primo soccorso e contraccezione. E purtroppo anche situazioni molto difficili, fra cui un episodio di violenza domestica che ha portato una delle alunne a essere trasferita in una comunità chiusa.  Chissà se questa donna si sarebbe confidata anche in un altro contesto, soprattutto, e in questi casi è spesso cruciale, chissà se sarebbe stato comunque possibile aiutarla prima che fosse troppo tardi.

Al corso di italiano per donne è legata l’attività della sartoria che si svolge al piano terra tre mattine a settimana. Anche questo è un ambiente esclusivamente femminile, ma più rilassato e conviviale, in cui si incontrano donne di tutte le età, alcune anche italiane. «Fanno cose che farebbero normalmente anche a casa», spiega Elisa, «perché non hanno molti soldi da spendere, quindi fanno i vestiti per le loro famiglie o che possono rivendere ai mercatini, oppure piccole riparazioni. Ci sono un paio di signori del quartiere che hanno chiesto di tutto, dall’orlo ai pantaloni alle tende, lasciando un’offerta per l’acquisto delle stoffe e di altri materiali. A volte lavorano su commissione, per esempio la cooperativa Anemone aveva ordinato dei grembiuli. È bello vedere che si è creato un gruppo affiatato, addirittura la mattina portano i dolci per fare la merenda tutte insieme. Ricordo una signora anziana afgana che non parlava una parola di italiano, forse sapeva solo fare la sua firma, però veniva volentieri per passare il tempo in compagnia. Ci sono poi due o tre personaggi un po’ matti che passano di qua per fare due chiacchiere con le sarte e anche loro portano un po’ di allegria». 

Festa di chiusura del laboratorio di sartoria

Esiste poi anche un corso di italiano misto, tenuto dall’Associazione via Milano 59, abbastanza simile, come organizzazione, a quelli della Scuola Penny Wirton raccontati da Laura Bosio in Una scuola senza muri. Cinque o sei maestri si dividono gli alunni, singolarmente o a gruppetti in base ai livelli, e fanno le loro lezioni sparsi in tutti gli spazi della Casa del Quartiere, anche in cortile quando fa bello. Cristiano mi spiega che è un corso ad accesso libero e gli alunni vanno e vengono, alcuni sono più regolari, altri invece decidono di interrompere quando si sentono a posto oppure si trasferiscono quindi spariscono del tutto.

Da questo punto di vista, la sensazione è che la pandemia abbia imposto una pausa, ma che non abbia allontanato le persone. «All’inizio è stata una situazione difficile», racconta Cristiano, «perché la cooperativa ha dovuto chiudere tutti gli spazi della Casa del Quartiere e noi siamo stati messi in cassa integrazione. Fra marzo e aprile 2020, però, continuavamo a ricevere richieste di cibo e medicine e da lì è nata l’Associazione Via Milano 59, in modo da continuare le attività indipendentemente dalla cooperativa, con gli spazi in comodato d’uso. La distribuzione alimentare è stata fondamentale durante le fasi peggiori della pandemia: prima avevamo il permesso di portare i pacchi a casa, poi siamo riusciti a fare in modo che la gente venisse qui. Ad ogni modo un presidio fisico c’è sempre stato e i contatti sono sempre stati mantenuti. Le altre attività si sono spostate online, con un po’ di difficoltà, soprattutto per il gruppo di teatro: immaginati che fatica fare le prove in videochiamata!», aggiunge ridendo. «Quando si è potuto abbiamo ripreso in presenza. Ci sono stati periodi duri in cui il numero di persone che frequentavano il Porto era molto inferiore al solito, ma adesso siamo tornati a livelli pre-Covid. Abbiamo perfino tenuto una delle nostre feste di quartiere, che prima del Covid facevamo ogni tre mesi: abbiamo deciso di organizzarla per la fine del Ramadan e ha partecipato tanta gente, alcuni hanno portato de cibo, è stato un bel modo per tornare a festeggiare tutti insieme.

C’è da dire che la zona ha estremo bisogno di spazi di socialità, corsi, laboratori. La composizione sociale del quartiere è molto fragile: si fa fatica a trovare e mantenere delle relazioni perché da una parte c’è un grande ricambio di immigrati che si spostano ogni pochi mesi, dall’altro ci sono tanti italiani anziani che non sempre sono in grado di confrontarsi con chi arriva da fuori. La Casa del Quartiere ha continuato a funzionare perché questo bisogno non è sparito, anzi, dopo la pandemia forse è anche aumentato».

Quello che serve davvero

Fragile. Cristiano ha usato una parola perfetta, che lascia anche intendere vulnerabile, diviso, indifferente, chiuso. Ma se la sfida più grande del quartiere è costruire o rinsaldare i legami sociali al suo interno, allora i tanti lavori che stanno interessando via Milano servono davvero? Non rischiano di essere un intervento superficiale?

Giro la domanda a Cristiano ed Elisa. «C’è da dire che la Casa del Quartiere è il frutto di questa operazione», ammette Cristiano, spiegandomi come le varie attività siano iniziate grazie a finanziamenti del Ministero della Cultura, prima, e del Ministero del Lavoro poi. «Con questi interventi specifici però non puoi cambiare automaticamente il volto di tutta la via, la condizione sociale degli abitanti e tutti i problemi annessi», continua. «La scommessa di chi ha pensato “Oltre la strada” è quella di riuscire ad attrarre i capitali privati nella zona, ma cosa effettivamente succederà se e quando arriveranno è un’incognita grande. Soprattutto bisognerà vedere come impatteranno la popolazione che ci abita. Ci sono priorità e bisogni che rispondono alla classe sociale cui tu appartieni, e se appartieni a una classe sociale sfortunata… diciamo che gli interventi di urbanistica non ti fanno così bene, mentre se appartieni a una classe sociale media è già diverso. Il risultato di questa operazione non è scontato né sicuro, staremo a vedere come andrà».

Anche perché questa zona ha già visto dei progetti, nati con tutte le buone intenzioni, dissolversi nel nulla e generare ancora più problemi. È il caso, per esempio, delle Case del Sole, il condominio di alloggi popolari rimasto per anni in stato di completo abbandono urbanistico e ora semivuoto. Mi chiedo perché sembri così difficile attuare degli interventi che vadano realmente incontro alle necessità della zona.

Festa al parco del sole autogestito organizzata dall’Associazione via Milano 59

«Il problema, per una cooperativa come la nostra, è che nel sistema attuale dobbiamo inseguire tantissimi bandi per ottenere dei finanziamenti molto brevi. Questo richiede un impegno costante nella scrittura dei progetti, per altro in un contesto di concorrenza con tante altre associazioni. Purtroppo il fatto che il terzo settore sia così frammentato rende anche più difficile il dialogo con le istituzioni che si devono orientare fra tutte queste realtà. Il risultato è che a volte i progetti si sovrappongono e uno rischia di annullare l’altro: per esempio, fra gli strascichi del progetto “Oltre la strada” c’è la costruzione di uno skate-park sotto le Case del Sole, al posto del parco autogestito dagli abitanti in collaborazione con l’Associazione via Milano 59».

Una forzatura quindi? Anche in questo caso forse è troppo presto per dirlo. Fa comunque un certo effetto pensare alla quantità di energie e tempo che vengono sottratti all’attività di ricerca sul campo, la stessa che per esempio ha condotto il Porto delle culture alla costituzione del corso di italiano per donne.

Tendenze

«Il tipo di finanziamento che hai determina sempre il tipo di interventi che puoi fare», spiega Cristiano, «Prendiamo per esempio la dispensa alimentare: bisogna sempre stare attenti a come si fa distribuzione. Se noi da domani decidessimo di coinvolgere cinquecento famiglie invece di cinquanta, e quindi fare cinquecento pacchi a settimana: sicuramente aiuteremmo più gente, ma per quanto potremmo andare avanti? È vero, ci sono i supermercati che si disfano dei prodotti in scadenza, ma non in quantità sufficienti da coprire il bisogno. Alla fine vuol dire fare cinquecento spese a settimana e, anche se un’associazione si sostenesse con delle donazioni, sono comunque tanti soldi». Specialmente con i tempi che corrono.

Quindi parte della metodologia è rendersi conto di quanto si può fare? «Esatto. Ci sono poi almeno altri due meccanismi che aiutano: uno è il ricambio, capire chi può uscire dalla distribuzione e fare spazio ad altre famiglie che ne hanno bisogno. Non succede sempre, ma è in genere un buon segno che qualcuno si sta tirando fuori da una brutta situazione. L’altro è un sistema di scambio di favori: quando un nucleo entra nella dispensa alimentare, facciamo un questionario per capire se può partecipare in qualche modo alle nostre attività, per esempio chi ha una macchina può accompagnare il signore anziano malato all’ospedale, chi sa cucinare può aiutarci in cucina quando organizziamo le feste. Alcune persone sono addirittura rimaste a fare i volontari. Poi ci sono le donazioni, che però sono più dei gesti spontanei individuali. Alcuni abitanti del quartiere nel tempo hanno capito l’importanza della dispensa e ci tengono a contribuire, ricordo una signora indiana che ci portava il latte, altre signore che invece portavano gli assorbenti, e ogni tanto trovo pacchi di pasta all’ingresso. La partecipazione e il sostentamento sono continui, ma l’Associazione comunque compra la metà di quello che distribuisce».

Anche immaginando spese molto economiche, facendo un rapido calcolo capisco che è un’iniziativa che richiede qualche migliaio di euro al mese. 

Continua Cristiano: «Chi fa il sociale, secondo me, deve avere una particolare attenzione per il tema delle sponsorizzazioni. Molte aziende hanno capito che questa può essere una vetrina, che tramite il terzo settore si possono fare molta più pubblicità che tramite i canali soliti, quindi ci stanno investendo. È una tendenza che nei prossimi anni avrà sicuramente un effetto dirompente sul sociale e sul tipo di sociale che si fa. Condizionerà come si svolgono i progetti, soprattutto dirotterà molto impegno sulla comunicazione dei progetti, come se fossero dei prodotti. Ma il nostro obiettivo non è il prodotto, è il processo, è agire sulle relazioni fra le persone.  E il processo, a meno di non stare qui con noi tutti i giorni, non lo vedi, di sicuro non lo puoi mettere in vetrina».

Questa osservazione mi prende in contropiede. Ripenso alle tante iniziative di cui ho parlato con Cristiano ed Elisa. Se dovessi quantificare, da esterna, il successo del corso di italiano per donne o della sartoria, mi limiterei a verificare il livello di italiano delle alunne o a contare quanti grembiuli sono stati confezionati e in quanto tempo? Sì, sono indicatori utili, ma cosa mi direbbero della comunità che si è creata intorno alla Casa del Quartiere?

Però, cambiando ottica, se il mio obiettivo fosse investire nel sociale anche, o, soprattutto, avere un ritorno di immagine, avrei la sensibilità di capire quale di questi aspetti è più importante? Oppure pretenderei, in cambio del mio investimento, un risultato più tangibile e facilmente presentabile in una conferenza stampa?

Scuola calcio gratuita estiva organizzata dall'associazione via Milano 59
Scuola calcio gratuita estiva organizzata dall’Associazione via Milano 59

Futuro

Quando scrivo è luglio inoltrato, fa caldo, siamo alle prese con la più grave siccità degli ultimi decenni e ci aspettano tempi interessanti, per dirla con un eufemismo. Dai profili social del Porto delle culture vedo le fotografie delle attività estive organizzate per i bambini al Parco Guidi, dal corso di scacchi ai giochi a squadre, e vengo a sapere che il Festival di musica indipendente Rockerellando ha voluto che la biblioteca organizzasse uno stand in collaborazione con il Sistema Bibliotecario Nord Est Bresciano. Mi domando quando riprenderanno i corsi di italiano, il club del libro, le presentazioni, le mostre e, soprattutto, quanto dureranno. Ripenso alle facce di Cristiano ed Elisa mentre mi spiegano che la biblioteca potrebbe chiudere, perché a dicembre scade il bando che la finanzia. Me l’hanno detto con quella ilarità amara che a volte accompagna le situazioni disperate.

Dire che sarebbe un peccato, uno spreco e uno sbaglio, è riduttivo, anche perché, Covid a parte, gli ultimi anni ci hanno insegnato che i porti è meglio lasciarli aperti.

Testo di Giulia Guarienti

Si ringrazia il Porto delle culture e la Casa del Quartiere per le fotografie