Jaytalking

Rubrica di scrittura e libri

Autori e critici nel panorama contemporaneo della scrittura e della scena editoriale.

Il titolo della rubrica “JAYTALKING”, una variante dell’espressione “Jaywalking = camminare fuori dalle strisce, ovvero parlare fuori dalle strette convenzioni”, ci è suggerito dall’autore e critico Filippo La Porta di cui riportiamo qui le riflessioni su autori, editori e lettori contemporanei.

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JAYTALKING

Ma non si pubblicano troppi libri in Italia?
10/07/2013

Ogni giorno escono circa 170 titoli, in gran parte novità (mentre sto scrivendo questo articolo – poniamo che mi occorre un’ora – ne usciranno 7…). Non prendetemi per uno che auspica i roghi dei libri (poi su Hitler incendiario e anche lettore compulsivo torno dopo)!
Vorrei sottoporvi subito due citazioni . Leopardi annotava nello Zibaldone: “Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono ogni giorno e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi, sian pure eccellenti”. La vita dei libri in Italia è sempre più effimera, e raramente oltrepassa i 45 giorni. Se un nuovo titolo ha la fortuna di arrivare in libreria vi resta poco più di un mese. L’editore Cesare De Michelis osservava che oggi un autore riscrive lo stesso libro ogni due anni perché è più semplice farne uno nuovo che far sopravvivere quello vecchio… L’editoria pubblica di tutto, senza i filtri e le regole di una volta, e una situazione di prolungata anomia potrà generare in futuro, proprio come nella vita politica, un nuovo bisogno di “autorità”, di gerarchia. In Italia, nonostante il calo delle vendite(4% dall’inizio dell’anno), si pubblica sempre di più. Ciò non sarebbe in sé un male poiché aumenta il ventaglio delle scelte. Però ha un effetto spaesante sui lettori, che paradossalmente si affidano al bestseller come unica scialuppa. E vado alla seconda citazione, un memorabile aforisma di Karl Kraus: “Ma dove troverò mai il tempo di non leggere tutte queste cose Sono usciti recentemente due importanti libri sull’editoria: L’impronta dell’editore(Adelphi) di Roberto Calasso , dove si insiste sul valore dei “libri unici” dentro un mercato affollato di libri interscambiabili (unica obiezione: Calasso è impietoso verso il conformismo culturale della sinistra ma fatalmente acritico nei confronti dell’Adelphismo Chic), e Del fare libri (Zanichelli) di Gianni Sofri. In quest’ultimo l’autore, che è anzitutto un bravissimo storico e geografo, raccoglie alcuni suoi scritti di materia “editoriale”(ha lavorato alla Zanichelli, a partire dal 1961 per quasi mezzo secolo) Fa quasi rabbia scoprire che la specificità dell’editoria italiana consiste, come Sofri puntualizza, nella figura dell’editore come organizzatore di cultura(incarnato via via da scrittori, critici, scienziati), se pensiamo all’orizzonte attuale, dominato dai cosiddetti “tagliatori di teste”, che dovrebbero rimettere i conti in sesto. Per carità, un editore deve sempre chiudere il bilancio almeno in pareggio, e infatti le due figure – tra loro distinte – di manager e intellettuale andrebbero sempre pensate insieme: l’obiettivo è riuscire a contemperare qualità e rigore. Non mi vengono però in mente molti scrittori attualmente a capo di collane editoriali. Tempo fa Sandro Ferri, fondatore di E/O, notava che “non esistono quasi più direttori editoriali che scartano testi secondo loro scritti male”, come succedeva una volta, “difendendo così una ‘riserva’ di letteratura spesso paludata e manierista”. Il fatto che la selezione editoriale non è più d’élite potrebbe allargare la democrazia letteraria. Però Ferri aggiunge che per essere pubblicati oggi basta scrivere un noir, o riferirsi all’attualità o inventarsi un contenuto scandalistico.Riprendo l’interrogativo iniziale. Forse si pubblicano troppi libri nel nostro paese.Né ritengo che la lettura sia in sé un valore assoluto. Lo è solo a certe condizioni. Hitler, oltre ad essere un incendiario di libri, ne leggeva uno al giorno(anzi a notte, con una tazza di tè davanti), e la sua biblioteca nel 1940 ne contava oltre 16.000! Un articolo uscito sul “Weekly standard”, del saggista Michael McDonald, ripropone la questione ripartendo dall’utile libro di Timothy W. Ryback(da noi non tradotto) dedicato alla biblioteca del Fuhrer. Né ci consola, ahinoi, sapere che Hitler leggesse quasi solo feuilleton, romanzi pulp e robaccia esoterica. Vorrei invece insistere sul metodo di lettura di Hitler, focalizzato nel Mein Kampf: prima decidi ciò che vuoi sapere, poi cerchi tutti quei libri che confermano le tue credenze(formatesi soprattutto sui giornali, o, se volete, sui media). McDonald aggiunge che si tratta quindi di un lettore sì “ossessivo”, ma non selettivo e soprattutto non riflessivo. E’ legittimo acquistare un libro solo per informarsi su qualcosa o per intrattenimento. Ma la cultura non coincide tout court con l’informazione, né va usata come autoconferma. E’ capacità di scegliere e di valutare. Altrimenti la lettura non arriva neanche a essere, propriamente, un’esperienza. Va bene, Hitler è un caso-limite, con la sua fiammante libreria di legno che ordinò come prima cosa nell’appartamento ancora vuoto di Monaco, però alla fine credo che abbia ragione uno scintillante aforisma di Elias Canetti: “l’arte sta nel leggere sufficientemente poco”. Leggere solo quei libri che ci sembrano davvero importanti, capaci di trasformare la nostra esistenza.

Cosa leggere nel mare magnum proposto dall’industria editoriale?
Seconda puntata dell’analisi di Filippo La Porta
05/08/2013

Concludevo il precedente  articolo con Canetti: “l’arte sta nel leggere sufficientemente poco”. Leggere solo quei libri che possono trasformare la nostra esistenza. Ma come fa il lettore a capire subito quali sono? Forse dovrebbe avere più fiducia in se stesso e nel proprio intuito. Certo oggi appare sempre più frastornato dall’eccesso di produzione libraria, dalle mode invasive, dal besteller del mese, dal declino della qualità, dal prevalere dei grandi gruppi editoriali e delle loro strategie. Proviamo a ripercorrere un’analisi ormai classica a proposito dell’editoria. Partirò apparentemente da lontano. Dal capitalismo.La principale, e secondo me più ragionevole, obiezione al capitalismo si potrebbe riassumere così: produce e consuma troppo. Mentre continuo a pensare che resti il modo migliore – intendo: il più efficiente – per produrre una qualsiasi merce. Bene, André Schiffrin nel suo Il denaro e le parole di (Voland, trad, di Valentina Parlato), mi ha fatto venire qualche dubbio in proposito. Si tratta di un libro affilato, essenziale, sul mondo dell’editoria oggi, a dieci anni da Editoria senza editori.  La diagnosi di Schiffrin è inesorabile: Ovunque è crisi, anche perché solo un’editoria fatta di case editrici indipendenti, più piccole e diversificate, “avrebbe senz’altro resistito meglio” dei grandi gruppi(che come Random House realizzano ormai  solo titoli con previsioni di vendita superiori a 60.000 copie!). Paradossalmente la concentrazione delle librerie, incoraggiata dagli editori accentua la crisi: le catene americane(Barnes & Noble), che rifiutano  libri le cui vendite non siano sicure, rischiano di soccombere(da noi alcune catene espongono un titolo in vetrina per 10.000 euro!). Per riprendere l’interrogativo iniziale ecco un caso in cui sicuramente (direbbe Totti) si dimostra che il capitalismo (il profitto) non è il modo più efficiente di fare qualcosa. E’ proprio la pretesa del tutto irrealistica di realizzare utili del 10-15% a portare alla rovina, mentre una prospettiva di profitto medio intorno al 3-4%annuo(il tasso d’interesse offerto da una cassa di risparmio), come peraltro avveniva da un paio di secoli,  è l’unica ragionevole. Ma quando i nuovi proprietari hanno confrontato gli utili delle loro case editrici con quelli delle televisioni, delle riviste,etc. hanno cominciato a sbarellare. Di qui la disperata ricerca di bestseller, l’acquisto di sempre nuove case editrici (e relativi licenziamenti), l’assimilazione dello stipendio dei dirigenti editoriali a quello dei loro equivalenti bancari. I segnali di resistenza sono tenui: ad es. in Francia le case editrici universitarie o certe cooperative etc., ma soprattutto queste iniziative devono essere sostenute da aiuti pubblici, meglio se locali e regionali. Per Schiffrin oggi l’utopia della lettura ci viene dal modello norvegese, dove il governo acquista ogni anno un certo numero di libri (1.500 copie), perlopiù di piccoli e medi editori, e poi li distribuisce a tutte le biblioteche, che pure sono costrette ad acquistare i bestseller richiesti dai loro utenti. Però la Norvegia è un paese con 5 milioni di abitanti. E se a Parigi può capitare che il Comune decida di affittare un locale soltanto per una destinazione di libreria, a New York i rincari arbitrari degli affitti le fa chiudere tutte!  Ed è in Francia, grazie alla legge Lang, che la situazione consente qualche spiraglio in più, e dove le librerie indipendenti (utile annuale medio: 0,6%), le uniche dove il pubblico può scoprire nuovi testi anche “difficili”, godono di una serie di agevolazioni. Ricordo en passant come entro l’anno chiuderà a Roma la storica libreria Feltrinelli di via del Babuino, dove  si sono formate varie generazioni.Insomma, dopo aver fatto l’elogio della lettura selettiva, non bulimica, etc. (ricordo anche un aforisma di Lichtenberg: “Credo che alcuni dei più grandi spiriti che siano mai vissuti avevano letto la metà e sapevano assai minor numero di cose dei nostri dotti di mediocre cultura”), vorrei ora sottolineare il valore dei “libri buoni”, sempre più rari e introvabili, a meno che non si frequentino le librerie d’occasione, dove la qualità prevale sul  marketing, e il libro  viene valorizzato come strumento di conoscenza oltre che di intrattenimento (il loro unico problema è un ricambio del pubblico, composto quasi solo da bibliofili e collezionisti in età matura…). Da un certo punto di vista il capitalismo, che alimenta una cultura di massa tendenzialmente omologata e acritica,  sembrerebbe incompatibile con la democrazia, la quale invece  ha bisogno di cittadini  istruiti e consapevoli, con opinioni critiche e indipendenti. Sognando la Norvegia suggerisco nel frattempo di farcela da soli. Ogni lettore, considerato come “individuo”- dunque ostinato, idiosincratico, eccentrico – dovrebbe cominciare a cercarsi da sé i libri più “difficili” e più interessanti (in una libreria d’occasione, in un grande bookstore, in Rete), a schivare i bestseller parassitari (anche quelli pretenziosi alla Eco), a non lasciarsi influenzare dalle mode,etc., senza aspettare provvedimenti  statali dall’alto e senza delegare  niente a nessuno!